PRONTI VIA: DESTINAZIONE SCUOLA PRIMARIA

PRONTI VIA: DESTINAZIONE SCUOLA PRIMARIA

Come direttrice di una  scuola dell’infanzia e consulente educativa per genitori, sento molto in questo periodo la fatica delle famiglie nel lasciare un ambiente ormai esplorato in ogni suo angolo e avvicinarsi ad un altro contesto che hanno visto solo per un breve incontro, forse in presenza.

Tante le domande sulla preparazione dei bambini che andranno a settembre alla scuola primaria: “ce la farà mio figlio a reggere il cambiamento? Le maestre gli piaceranno? Avrà qualche amichetto dell’asilo con lui?” E così vengono dubbi, preoccupazioni, pensieri…… E ancora aspettative e investimenti su enti formativi di un certo spessore culturale e sociale, che possano preparare bene i figli, oppure, sguardi su insegnanti simpatiche, ma troppo severe… Preparate, ma un po’ rigide.

Molto spesso, però, sguardi che rimangono soli tra le mura di casa e non vengono condivisi con nessuno.

Questo momento di passaggio è sicuramente un momento prezioso per la crescita dei bambini e delle famiglie.

È indispensabile viverlo con attenzione “intima” per sentire le emozioni che passano in noi e in loro.

È legittimo pensare al domani, senza però distrarsi dal presente. È indispensabile riflettere sui traguardi raggiunti dai bambini cogliendoli nel loro giusto significato. Ogni bambino:

  • sarà diventato curioso e appassionato perché un adulto gli avrà narrato le sue passioni e i suoi interessi
  • avrà imparato a stupirsi perché la maestra gli parlava del meraviglioso quotidiano
  • avrà imparato a rispettare l’ambiente perché l’adulto accanto a lui avrà innaffiato i fiori della classe e raccolto la carta per terra
  • avrà costruito amicizie perché “insieme è più bello!”
  • saprà contare, forse anche scrivere il suo nome… Saprà, in ogni caso, lasciare traccia di sé con opere d’arte che narrano il suo pensiero
  • avrà imparato a gestire le piccole frustrazioni e ad accettare le sue paure perché l’adulto accanto le avrà accolte e risignificate, perché ogni emozione ha un senso e ogni emozione aiuta

E’ stato adulto stabile, sicuro, aperto che non ha avuto paura delle paure del bimbo

  • Avrà imparato a fidarsi perché un educatore ha creduto in lui!

Come vivere dunque, cari genitori, questo momento di passaggio? Prendendo voi le vostre paure, preoccupazioni, domande e cercare un interlocutore perché nessuno di noi può governare le proprie paure da solo, rischierebbe di confondere i suoi bisogni con quelli del bambino, oppure, di confrontare il suo bimbo con altri bimbi e di sentire sin da ora il peso della prestazione e della valutazione sul bimbo e su di sé.

Rimane sempre vero, ad ogni età, che quando si esce nel mondo è meglio tenersi per mano nella consapevolezza che ogni bimbo ha il suo dieci perchè ogni genitore ha il suo dieci.

Buona continuazione di cammino a tutti i genitori e ai bambini grandi delle scuole dell’infanzia.

Chi volesse approfondire qualche aspetto relativo al passaggio alla scuola primaria… Io ci sono!

Roberta Fusè, professionista abilitata BEM.

Il ruolo del padre con la nascita di un figlio

Il ruolo del padre con la nascita di un figlio

Quando la famiglia si allarga e arriva un bambino, le dinamiche relazionali di chi prima era coppia cambiano inevitabilmente e ci si può ritrovare a criticare o a trovare cambiata la persona al nostro fianco. Nel diventare genitore, infatti, noi ci portiamo dietro il nostro personale carico di vissuti ed esperienze, a volte anche difficili, e tutto questo può riemergere inconsapevolmente nel momento in cui ci troviamo davanti a nostro figlio.

Proviamo ad entrare su questo aspetto pensando ad una situazione che potrebbero vivere alcuni papà. Ad esempio, il ricordo della propria esperienza personale con una mamma ingombrante e sempre presente e al suo fianco un papà spesso assente e impegnato altrove, che tipo di emozione potrebbe risvegliare in un neo-padre? La paura di essere lasciato fuori dalla relazione che vive come esclusiva tra mamma e neonato. E allora cosa succede? Poiché il cervello umano tende spontaneamente a cercare di evitare il dolore se non si hanno chiavi per affrontarlo, potrebbe giustificarsi raccontandosi che questi prima anni di vita il bambino è legato alla madre da un rapporto simbiotico dovuto anche al bisogno di nutrimento e non entrerà nella relazione, perché questo è quello che ha immagazzinato nel passato.

E’ vero che è più facile immaginare per una mamma l’arrivo di un figlio come una vera e propria rivoluzione, sia fisica che psichica, che vive in prima persona dal momento del concepimento, al periodo della gestazione fino al parto e al successivo primo contatto. E il padre, in molti casi, sembra percepire il cambiamento solo nel momento dell’incontro col figlio.

Ma non è così, la distanza tra padri e madri deve essere avvicinata fin dai primi istanti di condivisione di una vita che sta per iniziare, coinvolgendo anche il futuro papà in ciò che la mamma sta vivendo attraverso il racconto, le emozioni vissute, i preparativi… Fin dalla nascita poi, è importante che il papà cerchi e si prenda il suo spazio con il neonato: è scientificamente provato che tanto più un padre sta a contatto con il proprio figlio, fin dal primo istante, più la relazione risulterà stabile e duratura negli anni a venire e questo perché anche nel contatto vengono rilasciati gli ormoni dell’attaccamento tra cui l’ossitocina, un ormone ipotalamico che sovrintende alla conservazione della specie.

Teniamo presente dunque che:

–          Renderci conto, prima di tutto, di come la nostra storia personale e le dinamiche del passato influenzano ed influiscono sulla relazione nella coppia con l’arrivo dei figli è dunque il primo passo da fare verso un nuovo equilibrio;

–          Dove percepiamo fatica e frustrazione, cercare un aiuto, a supporto della propria genitorialità, può portare a un benessere che nasce dalla consapevolezza di quegli schemi che ci bloccano;

–          Anche la mamma può facilitare la relazione tra bambino e papà, coinvolgendolo nelle cose da fare e facendosi aiutare delegando a lui;

–          Lasciare spazio ai papà aiuta anche la mamma a trovare del tempo per sé, tempo che aumenterà man mano che il bambino cresce e cambiano i suoi bisogni fisiologici.

E soprattutto ricordiamo che se sta bene il singolo, sta bene la coppia e stanno bene i figli.

Michela Cervieri, professionista abilitata B.E.M., parent coach

Per la vostra consulenza 👉 Family Needs Center On Line

La camminata consapevole contro lo stress

La camminata consapevole contro lo stress

Mindful walking o camminata consapevole offre l’opportunità di esercitare la propria consapevolezza, che troppo spesso viene offuscata, se non addirittura bloccata, perché la mente tende a divagare su pensieri e attività poco importanti. 

La mindful walking è possibile esercitarla ovunque, ma i vantaggi di più ampia portata si possono sperimentare all’aria aperta, meglio ancora nel bosco.

È una pratica meditativa teorizzata dal biologo statunitense Jon Kabat-Zinn, che ci consente in pochi esercizi di raggiungere sollievo dallo stress quotidiano e ritrovare consapevolezza in sé stessi, sperimentare l’attenzione al presente piuttosto che lasciarsi trasportare dalla frenesia e dal logorio della vita quotidiana.

La cosa importante è concentrarsi sull’azione del camminare, concentrandosi nell’azione stessa del passo, il piede a contatto col terreno e se ci si distrae, se la mente divaga, esercitarsi a raccoglierla attorno a ciò che accade in quel preciso momento, a noi stessi e intorno a noi.

Nella mindful walking l’azione meccanica della camminata, il peso del corpo sul piede che poggia sul terreno, l’alternanza del piede destro con il piede sinistro, coordinata con la consapevolezza della respirazione, ha il potere di liberare la nostra mente e di acquisire maggiore consapevolezza di noi stessi. Sperimentare il qui ed ora consentendo di entrare in stretto contatto con il nostro corpo e con le sensazioni generate dagli stimoli olfattivi e sonori tipici del bosco sono un ottimo rimedio quotidiano per prenderci cura di noi.

Elisabetta Baldanzi, professionista abilitata B.E.M. e professionista del Family Needs Center On Line

Per la vostra consulenza 👉 Family Needs Center On Line

Distinzione Io-Tu (1° Parte)

Distinzione Io-Tu (1° Parte)

Quando incontriamo una differenza di stili educativi, tra scuola e famiglia, tra colleghi della stessa realtà, tra marito e moglie, abbiamo davanti a noi un’opportunità unica di riflessione.

I bambini aprono in noi questioni chiave tanto per la loro crescita quanto nel nostro essere stati bambini. Non possiamo dimenticare che le questioni educative aprono su diversi fronti:

Domanda genitore: ma se mio figlio piange perchè non vuole vestirsi è sbagliato aiutarlo?

Domanda maestra: ma se un bambino non fa un lavoro richiesto è sbagliato richiamarlo?

Benchè dovremmo interrogarci se abbiamo davvero una visione di bambino-competente, se abbiamo davvero una concezione educativa che afferisce a significati attivi e positivi, è evidente che entrambe le domande afferiscono ai nuclei 3 e 4. Qui abbiamo due strade : riflettere su di sè (IO), focalizzarci sui bisogni del bambino (TU). Entriamo sulla seconda strada (sulla prima faremo un altro post). Lasciamo stare i nostri echi interiori e focalizziamo la nostra attenzione sul TU (distinzione IO-TU). Questo bambino con il suo pianto, con il suo non fare il lavoro richiesto, quale bisogno sta segnalando? Il bisogno n°2: vicinanza-sostegno. Questo bisogno implica la presa incarico dello stato emotivo che il bambino non sa gestire. E’ li che dobbiamo agire, è li che dobbiamo essere. Se mi prendo cura della sua fatica, se io per primo accetto la sua fatica e la accolgo, la rendo superabile. “Mi sembra di vederti in difficoltà, è un po’ difficile oggi vestirsi?… è un compito che richiede tante cose, vediamolo insieme?”. In questo modo restiamo focalizzati sui bisogni del TU e non permettiamo ai nostri echi interiori di compiere distorsioni nella relazione. Il bisogno di vicinanza agito in questo modo non si pone come antagonista del bisogno di autonomia. Nella domanda sia del genitore che della maestra c’è infatti un implicito posto però in ordine opposto. La mamma ci chiede: è corretto occuparmi delle sue fragilità anche a discapito della sua autonomia? La maestra ci chiede: è corretto occuparmi della sua autonomia anche a discapito della sua parte affettiva? Nel modello evolutivo dei bisogni, I BISOGNI SONO COMPRESENTI, possono essere contemporaneamente presenti e tenuti a mente. Quindi mi prenderò cura delle sue emozioni senza trascurare la sua espressione autonoma. Serve però un inizio emotivo affinchè lui possa riprendere ad esercitare le sue funzioni operative. Non mi sostituisco, accolgo e poi lo accompagno a riprendere anche a step le sue competenze.

Ivano M. Orofino

HO VISTO LA TUA FATICA, TI SONO VICINO E GRAZIE A QUESTO POTRAI RIPRENDERE LA TUA AUTONOMIA!

Ecco perchè quando discutiamo sulle differenze negli stili educativi già sarebbe fondamentale avere una grande e nitida condivisione sui primi due punti. Comunque non ci eviterebbe di avere poi distanze che si palesano nelle azioni perchè poi davanti alla situazione concreta, se non abbiamo fatto percorsi di crescita professionale, se non abbiamo spazi di riflessione o supervisione, agiamo più con i nostri irrisolti che con i nostri principi educativi. Facciamo un esempio e vediamo come il modello evolutivo dei bisogni ci orienta e ci focalizza in modo operativo.

Domanda genitore: ma se mio figlio piange perchè non vuole vestirsi è sbagliato aiutarlo?

Domanda maestra: ma se un bambino non fa un lavoro richiesto è sbagliato richiamarlo?

Benchè dovremmo interrogarci se abbiamo davvero una visione di bambino-competente, se abbiamo davvero una concezione educativa che afferisce a significati attivi e positivi, è evidente che entrambe le domande afferiscono ai nuclei 3 e 4. Qui abbiamo due strade : riflettere su di sè (IO), focalizzarci sui bisogni del bambino (TU). Entriamo sulla seconda strada (sulla prima faremo un altro post). Lasciamo stare i nostri echi interiori e focalizziamo la nostra attenzione sul TU (distinzione IO-TU). Questo bambino con il suo pianto, con il suo non fare il lavoro richiesto, quale bisogno sta segnalando? Il bisogno n°2: vicinanza-sostegno. Questo bisogno implica la presa incarico dello stato emotivo che il bambino non sa gestire. E’ li che dobbiamo agire, è li che dobbiamo essere. Se mi prendo cura della sua fatica, se io per primo accetto la sua fatica e la accolgo, la rendo superabile. “Mi sembra di vederti in difficoltà, è un po’ difficile oggi vestirsi?… è un compito che richiede tante cose, vediamolo insieme?”. In questo modo restiamo focalizzati sui bisogni del TU e non permettiamo ai nostri echi interiori di compiere distorsioni nella relazione. Il bisogno di vicinanza agito in questo modo non si pone come antagonista del bisogno di autonomia. Nella domanda sia del genitore che della maestra c’è infatti un implicito posto però in ordine opposto. La mamma ci chiede: è corretto occuparmi delle sue fragilità anche a discapito della sua autonomia? La maestra ci chiede: è corretto occuparmi della sua autonomia anche a discapito della sua parte affettiva? Nel modello evolutivo dei bisogni, I BISOGNI SONO COMPRESENTI, possono essere contemporaneamente presenti e tenuti a mente. Quindi mi prenderò cura delle sue emozioni senza trascurare la sua espressione autonoma. Serve però un inizio emotivo affinchè lui possa riprendere ad esercitare le sue funzioni operative. Non mi sostituisco, accolgo e poi lo accompagno a riprendere anche a step le sue competenze.

Ivano M. Orofino

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HO VISTO LA TUA FATICA, TI SONO VICINO E GRAZIE A QUESTO POTRAI RIPRENDERE LA TUA AUTONOMIA!

[/et_pb_section]Il terzo ed il quarto aspetto sono archiviati nella nostra memoria, solo in parte risiedono in quella accessibile, perchè una parte risiede nella memoria arcaica, epidermica, non verbale, non-razionale.

Ecco perchè quando discutiamo sulle differenze negli stili educativi già sarebbe fondamentale avere una grande e nitida condivisione sui primi due punti. Comunque non ci eviterebbe di avere poi distanze che si palesano nelle azioni perchè poi davanti alla situazione concreta, se non abbiamo fatto percorsi di crescita professionale, se non abbiamo spazi di riflessione o supervisione, agiamo più con i nostri irrisolti che con i nostri principi educativi. Facciamo un esempio e vediamo come il modello evolutivo dei bisogni ci orienta e ci focalizza in modo operativo.

Domanda genitore: ma se mio figlio piange perchè non vuole vestirsi è sbagliato aiutarlo?

Domanda maestra: ma se un bambino non fa un lavoro richiesto è sbagliato richiamarlo?

Benchè dovremmo interrogarci se abbiamo davvero una visione di bambino-competente, se abbiamo davvero una concezione educativa che afferisce a significati attivi e positivi, è evidente che entrambe le domande afferiscono ai nuclei 3 e 4. Qui abbiamo due strade : riflettere su di sè (IO), focalizzarci sui bisogni del bambino (TU). Entriamo sulla seconda strada (sulla prima faremo un altro post). Lasciamo stare i nostri echi interiori e focalizziamo la nostra attenzione sul TU (distinzione IO-TU). Questo bambino con il suo pianto, con il suo non fare il lavoro richiesto, quale bisogno sta segnalando? Il bisogno n°2: vicinanza-sostegno. Questo bisogno implica la presa incarico dello stato emotivo che il bambino non sa gestire. E’ li che dobbiamo agire, è li che dobbiamo essere. Se mi prendo cura della sua fatica, se io per primo accetto la sua fatica e la accolgo, la rendo superabile. “Mi sembra di vederti in difficoltà, è un po’ difficile oggi vestirsi?… è un compito che richiede tante cose, vediamolo insieme?”. In questo modo restiamo focalizzati sui bisogni del TU e non permettiamo ai nostri echi interiori di compiere distorsioni nella relazione. Il bisogno di vicinanza agito in questo modo non si pone come antagonista del bisogno di autonomia. Nella domanda sia del genitore che della maestra c’è infatti un implicito posto però in ordine opposto. La mamma ci chiede: è corretto occuparmi delle sue fragilità anche a discapito della sua autonomia? La maestra ci chiede: è corretto occuparmi della sua autonomia anche a discapito della sua parte affettiva? Nel modello evolutivo dei bisogni, I BISOGNI SONO COMPRESENTI, possono essere contemporaneamente presenti e tenuti a mente. Quindi mi prenderò cura delle sue emozioni senza trascurare la sua espressione autonoma. Serve però un inizio emotivo affinchè lui possa riprendere ad esercitare le sue funzioni operative. Non mi sostituisco, accolgo e poi lo accompagno a riprendere anche a step le sue competenze.

Ivano M. Orofino

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HO VISTO LA TUA FATICA, TI SONO VICINO E GRAZIE A QUESTO POTRAI RIPRENDERE LA TUA AUTONOMIA!

[/et_pb_section]4) l’eco che ha generato la relazione tra i miei genitori e il “me-bambino”

Il terzo ed il quarto aspetto sono archiviati nella nostra memoria, solo in parte risiedono in quella accessibile, perchè una parte risiede nella memoria arcaica, epidermica, non verbale, non-razionale.

Ecco perchè quando discutiamo sulle differenze negli stili educativi già sarebbe fondamentale avere una grande e nitida condivisione sui primi due punti. Comunque non ci eviterebbe di avere poi distanze che si palesano nelle azioni perchè poi davanti alla situazione concreta, se non abbiamo fatto percorsi di crescita professionale, se non abbiamo spazi di riflessione o supervisione, agiamo più con i nostri irrisolti che con i nostri principi educativi. Facciamo un esempio e vediamo come il modello evolutivo dei bisogni ci orienta e ci focalizza in modo operativo.

Domanda genitore: ma se mio figlio piange perchè non vuole vestirsi è sbagliato aiutarlo?

Domanda maestra: ma se un bambino non fa un lavoro richiesto è sbagliato richiamarlo?

Benchè dovremmo interrogarci se abbiamo davvero una visione di bambino-competente, se abbiamo davvero una concezione educativa che afferisce a significati attivi e positivi, è evidente che entrambe le domande afferiscono ai nuclei 3 e 4. Qui abbiamo due strade : riflettere su di sè (IO), focalizzarci sui bisogni del bambino (TU). Entriamo sulla seconda strada (sulla prima faremo un altro post). Lasciamo stare i nostri echi interiori e focalizziamo la nostra attenzione sul TU (distinzione IO-TU). Questo bambino con il suo pianto, con il suo non fare il lavoro richiesto, quale bisogno sta segnalando? Il bisogno n°2: vicinanza-sostegno. Questo bisogno implica la presa incarico dello stato emotivo che il bambino non sa gestire. E’ li che dobbiamo agire, è li che dobbiamo essere. Se mi prendo cura della sua fatica, se io per primo accetto la sua fatica e la accolgo, la rendo superabile. “Mi sembra di vederti in difficoltà, è un po’ difficile oggi vestirsi?… è un compito che richiede tante cose, vediamolo insieme?”. In questo modo restiamo focalizzati sui bisogni del TU e non permettiamo ai nostri echi interiori di compiere distorsioni nella relazione. Il bisogno di vicinanza agito in questo modo non si pone come antagonista del bisogno di autonomia. Nella domanda sia del genitore che della maestra c’è infatti un implicito posto però in ordine opposto. La mamma ci chiede: è corretto occuparmi delle sue fragilità anche a discapito della sua autonomia? La maestra ci chiede: è corretto occuparmi della sua autonomia anche a discapito della sua parte affettiva? Nel modello evolutivo dei bisogni, I BISOGNI SONO COMPRESENTI, possono essere contemporaneamente presenti e tenuti a mente. Quindi mi prenderò cura delle sue emozioni senza trascurare la sua espressione autonoma. Serve però un inizio emotivo affinchè lui possa riprendere ad esercitare le sue funzioni operative. Non mi sostituisco, accolgo e poi lo accompagno a riprendere anche a step le sue competenze.

Ivano M. Orofino

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HO VISTO LA TUA FATICA, TI SONO VICINO E GRAZIE A QUESTO POTRAI RIPRENDERE LA TUA AUTONOMIA!

[/et_pb_section]3) il genitore che abbiamo ricevuto

4) l’eco che ha generato la relazione tra i miei genitori e il “me-bambino”

Il terzo ed il quarto aspetto sono archiviati nella nostra memoria, solo in parte risiedono in quella accessibile, perchè una parte risiede nella memoria arcaica, epidermica, non verbale, non-razionale.

Ecco perchè quando discutiamo sulle differenze negli stili educativi già sarebbe fondamentale avere una grande e nitida condivisione sui primi due punti. Comunque non ci eviterebbe di avere poi distanze che si palesano nelle azioni perchè poi davanti alla situazione concreta, se non abbiamo fatto percorsi di crescita professionale, se non abbiamo spazi di riflessione o supervisione, agiamo più con i nostri irrisolti che con i nostri principi educativi. Facciamo un esempio e vediamo come il modello evolutivo dei bisogni ci orienta e ci focalizza in modo operativo.

Domanda genitore: ma se mio figlio piange perchè non vuole vestirsi è sbagliato aiutarlo?

Domanda maestra: ma se un bambino non fa un lavoro richiesto è sbagliato richiamarlo?

Benchè dovremmo interrogarci se abbiamo davvero una visione di bambino-competente, se abbiamo davvero una concezione educativa che afferisce a significati attivi e positivi, è evidente che entrambe le domande afferiscono ai nuclei 3 e 4. Qui abbiamo due strade : riflettere su di sè (IO), focalizzarci sui bisogni del bambino (TU). Entriamo sulla seconda strada (sulla prima faremo un altro post). Lasciamo stare i nostri echi interiori e focalizziamo la nostra attenzione sul TU (distinzione IO-TU). Questo bambino con il suo pianto, con il suo non fare il lavoro richiesto, quale bisogno sta segnalando? Il bisogno n°2: vicinanza-sostegno. Questo bisogno implica la presa incarico dello stato emotivo che il bambino non sa gestire. E’ li che dobbiamo agire, è li che dobbiamo essere. Se mi prendo cura della sua fatica, se io per primo accetto la sua fatica e la accolgo, la rendo superabile. “Mi sembra di vederti in difficoltà, è un po’ difficile oggi vestirsi?… è un compito che richiede tante cose, vediamolo insieme?”. In questo modo restiamo focalizzati sui bisogni del TU e non permettiamo ai nostri echi interiori di compiere distorsioni nella relazione. Il bisogno di vicinanza agito in questo modo non si pone come antagonista del bisogno di autonomia. Nella domanda sia del genitore che della maestra c’è infatti un implicito posto però in ordine opposto. La mamma ci chiede: è corretto occuparmi delle sue fragilità anche a discapito della sua autonomia? La maestra ci chiede: è corretto occuparmi della sua autonomia anche a discapito della sua parte affettiva? Nel modello evolutivo dei bisogni, I BISOGNI SONO COMPRESENTI, possono essere contemporaneamente presenti e tenuti a mente. Quindi mi prenderò cura delle sue emozioni senza trascurare la sua espressione autonoma. Serve però un inizio emotivo affinchè lui possa riprendere ad esercitare le sue funzioni operative. Non mi sostituisco, accolgo e poi lo accompagno a riprendere anche a step le sue competenze.

Ivano M. Orofino

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HO VISTO LA TUA FATICA, TI SONO VICINO E GRAZIE A QUESTO POTRAI RIPRENDERE LA TUA AUTONOMIA!

[/et_pb_section]2) il nostro pensiero pedagogico

3) il genitore che abbiamo ricevuto

4) l’eco che ha generato la relazione tra i miei genitori e il “me-bambino”

Il terzo ed il quarto aspetto sono archiviati nella nostra memoria, solo in parte risiedono in quella accessibile, perchè una parte risiede nella memoria arcaica, epidermica, non verbale, non-razionale.

Ecco perchè quando discutiamo sulle differenze negli stili educativi già sarebbe fondamentale avere una grande e nitida condivisione sui primi due punti. Comunque non ci eviterebbe di avere poi distanze che si palesano nelle azioni perchè poi davanti alla situazione concreta, se non abbiamo fatto percorsi di crescita professionale, se non abbiamo spazi di riflessione o supervisione, agiamo più con i nostri irrisolti che con i nostri principi educativi. Facciamo un esempio e vediamo come il modello evolutivo dei bisogni ci orienta e ci focalizza in modo operativo.

Domanda genitore: ma se mio figlio piange perchè non vuole vestirsi è sbagliato aiutarlo?

Domanda maestra: ma se un bambino non fa un lavoro richiesto è sbagliato richiamarlo?

Benchè dovremmo interrogarci se abbiamo davvero una visione di bambino-competente, se abbiamo davvero una concezione educativa che afferisce a significati attivi e positivi, è evidente che entrambe le domande afferiscono ai nuclei 3 e 4. Qui abbiamo due strade : riflettere su di sè (IO), focalizzarci sui bisogni del bambino (TU). Entriamo sulla seconda strada (sulla prima faremo un altro post). Lasciamo stare i nostri echi interiori e focalizziamo la nostra attenzione sul TU (distinzione IO-TU). Questo bambino con il suo pianto, con il suo non fare il lavoro richiesto, quale bisogno sta segnalando? Il bisogno n°2: vicinanza-sostegno. Questo bisogno implica la presa incarico dello stato emotivo che il bambino non sa gestire. E’ li che dobbiamo agire, è li che dobbiamo essere. Se mi prendo cura della sua fatica, se io per primo accetto la sua fatica e la accolgo, la rendo superabile. “Mi sembra di vederti in difficoltà, è un po’ difficile oggi vestirsi?… è un compito che richiede tante cose, vediamolo insieme?”. In questo modo restiamo focalizzati sui bisogni del TU e non permettiamo ai nostri echi interiori di compiere distorsioni nella relazione. Il bisogno di vicinanza agito in questo modo non si pone come antagonista del bisogno di autonomia. Nella domanda sia del genitore che della maestra c’è infatti un implicito posto però in ordine opposto. La mamma ci chiede: è corretto occuparmi delle sue fragilità anche a discapito della sua autonomia? La maestra ci chiede: è corretto occuparmi della sua autonomia anche a discapito della sua parte affettiva? Nel modello evolutivo dei bisogni, I BISOGNI SONO COMPRESENTI, possono essere contemporaneamente presenti e tenuti a mente. Quindi mi prenderò cura delle sue emozioni senza trascurare la sua espressione autonoma. Serve però un inizio emotivo affinchè lui possa riprendere ad esercitare le sue funzioni operative. Non mi sostituisco, accolgo e poi lo accompagno a riprendere anche a step le sue competenze.

Ivano M. Orofino

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HO VISTO LA TUA FATICA, TI SONO VICINO E GRAZIE A QUESTO POTRAI RIPRENDERE LA TUA AUTONOMIA!

[/et_pb_section]1) la nostra idea di bambino

2) il nostro pensiero pedagogico

3) il genitore che abbiamo ricevuto

4) l’eco che ha generato la relazione tra i miei genitori e il “me-bambino”

Il terzo ed il quarto aspetto sono archiviati nella nostra memoria, solo in parte risiedono in quella accessibile, perchè una parte risiede nella memoria arcaica, epidermica, non verbale, non-razionale.

Ecco perchè quando discutiamo sulle differenze negli stili educativi già sarebbe fondamentale avere una grande e nitida condivisione sui primi due punti. Comunque non ci eviterebbe di avere poi distanze che si palesano nelle azioni perchè poi davanti alla situazione concreta, se non abbiamo fatto percorsi di crescita professionale, se non abbiamo spazi di riflessione o supervisione, agiamo più con i nostri irrisolti che con i nostri principi educativi. Facciamo un esempio e vediamo come il modello evolutivo dei bisogni ci orienta e ci focalizza in modo operativo.

Domanda genitore: ma se mio figlio piange perchè non vuole vestirsi è sbagliato aiutarlo?

Domanda maestra: ma se un bambino non fa un lavoro richiesto è sbagliato richiamarlo?

Benchè dovremmo interrogarci se abbiamo davvero una visione di bambino-competente, se abbiamo davvero una concezione educativa che afferisce a significati attivi e positivi, è evidente che entrambe le domande afferiscono ai nuclei 3 e 4. Qui abbiamo due strade : riflettere su di sè (IO), focalizzarci sui bisogni del bambino (TU). Entriamo sulla seconda strada (sulla prima faremo un altro post). Lasciamo stare i nostri echi interiori e focalizziamo la nostra attenzione sul TU (distinzione IO-TU). Questo bambino con il suo pianto, con il suo non fare il lavoro richiesto, quale bisogno sta segnalando? Il bisogno n°2: vicinanza-sostegno. Questo bisogno implica la presa incarico dello stato emotivo che il bambino non sa gestire. E’ li che dobbiamo agire, è li che dobbiamo essere. Se mi prendo cura della sua fatica, se io per primo accetto la sua fatica e la accolgo, la rendo superabile. “Mi sembra di vederti in difficoltà, è un po’ difficile oggi vestirsi?… è un compito che richiede tante cose, vediamolo insieme?”. In questo modo restiamo focalizzati sui bisogni del TU e non permettiamo ai nostri echi interiori di compiere distorsioni nella relazione. Il bisogno di vicinanza agito in questo modo non si pone come antagonista del bisogno di autonomia. Nella domanda sia del genitore che della maestra c’è infatti un implicito posto però in ordine opposto. La mamma ci chiede: è corretto occuparmi delle sue fragilità anche a discapito della sua autonomia? La maestra ci chiede: è corretto occuparmi della sua autonomia anche a discapito della sua parte affettiva? Nel modello evolutivo dei bisogni, I BISOGNI SONO COMPRESENTI, possono essere contemporaneamente presenti e tenuti a mente. Quindi mi prenderò cura delle sue emozioni senza trascurare la sua espressione autonoma. Serve però un inizio emotivo affinchè lui possa riprendere ad esercitare le sue funzioni operative. Non mi sostituisco, accolgo e poi lo accompagno a riprendere anche a step le sue competenze.

Ivano M. Orofino

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HO VISTO LA TUA FATICA, TI SONO VICINO E GRAZIE A QUESTO POTRAI RIPRENDERE LA TUA AUTONOMIA!

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1) la nostra idea di bambino

2) il nostro pensiero pedagogico

3) il genitore che abbiamo ricevuto

4) l’eco che ha generato la relazione tra i miei genitori e il “me-bambino”

Il terzo ed il quarto aspetto sono archiviati nella nostra memoria, solo in parte risiedono in quella accessibile, perchè una parte risiede nella memoria arcaica, epidermica, non verbale, non-razionale.

Ecco perchè quando discutiamo sulle differenze negli stili educativi già sarebbe fondamentale avere una grande e nitida condivisione sui primi due punti. Comunque non ci eviterebbe di avere poi distanze che si palesano nelle azioni perchè poi davanti alla situazione concreta, se non abbiamo fatto percorsi di crescita professionale, se non abbiamo spazi di riflessione o supervisione, agiamo più con i nostri irrisolti che con i nostri principi educativi. Facciamo un esempio e vediamo come il modello evolutivo dei bisogni ci orienta e ci focalizza in modo operativo.

Domanda genitore: ma se mio figlio piange perchè non vuole vestirsi è sbagliato aiutarlo?

Domanda maestra: ma se un bambino non fa un lavoro richiesto è sbagliato richiamarlo?

Benchè dovremmo interrogarci se abbiamo davvero una visione di bambino-competente, se abbiamo davvero una concezione educativa che afferisce a significati attivi e positivi, è evidente che entrambe le domande afferiscono ai nuclei 3 e 4. Qui abbiamo due strade : riflettere su di sè (IO), focalizzarci sui bisogni del bambino (TU). Entriamo sulla seconda strada (sulla prima faremo un altro post). Lasciamo stare i nostri echi interiori e focalizziamo la nostra attenzione sul TU (distinzione IO-TU). Questo bambino con il suo pianto, con il suo non fare il lavoro richiesto, quale bisogno sta segnalando? Il bisogno n°2: vicinanza-sostegno. Questo bisogno implica la presa incarico dello stato emotivo che il bambino non sa gestire. E’ li che dobbiamo agire, è li che dobbiamo essere. Se mi prendo cura della sua fatica, se io per primo accetto la sua fatica e la accolgo, la rendo superabile. “Mi sembra di vederti in difficoltà, è un po’ difficile oggi vestirsi?… è un compito che richiede tante cose, vediamolo insieme?”. In questo modo restiamo focalizzati sui bisogni del TU e non permettiamo ai nostri echi interiori di compiere distorsioni nella relazione. Il bisogno di vicinanza agito in questo modo non si pone come antagonista del bisogno di autonomia. Nella domanda sia del genitore che della maestra c’è infatti un implicito posto però in ordine opposto. La mamma ci chiede: è corretto occuparmi delle sue fragilità anche a discapito della sua autonomia? La maestra ci chiede: è corretto occuparmi della sua autonomia anche a discapito della sua parte affettiva? Nel modello evolutivo dei bisogni, I BISOGNI SONO COMPRESENTI, possono essere contemporaneamente presenti e tenuti a mente. Quindi mi prenderò cura delle sue emozioni senza trascurare la sua espressione autonoma. Serve però un inizio emotivo affinchè lui possa riprendere ad esercitare le sue funzioni operative. Non mi sostituisco, accolgo e poi lo accompagno a riprendere anche a step le sue competenze.

Ivano M. Orofino

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HO VISTO LA TUA FATICA, TI SONO VICINO E GRAZIE A QUESTO POTRAI RIPRENDERE LA TUA AUTONOMIA!

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Impostare una ricerca-azione

Impostare una ricerca-azione

E’ uno degli strumenti trasversali utilizzati da diversi campi disciplinari (psicologia, pedagogia, sociologia, antropologia, medicina…). Ci sembra utile chiarire alcuni passi fondamentali al fine di implementare un buon lavoro di ricerca. Se impostiamo un buon disegno di ricerca con un focus chiaro fin dal principio le scoperte non tarderanno ad arrivare. Il modello evolutivo dei bisogni è frutto di una ricerca-azione impostata a partire dal 2010, nei servizi 0-6 anni, che coinvolto il personale educativo in primis, altri educatori ed altri genitori negli anni successivi. Vediamo i passi necessari:

  1. in tanto occorre ci sia un referente della ricerca, che abbia esperienza di ricerca e che sappia realizzare, attraverso un approccio partecipato, un disegno di ricerca. Il referente o anche responsabile scientifico conduce le fasi della ricerca, sceglie i professionisti e le competenze necessarie, identifica il focus della ricerca, discute sugli strumenti, coordina le azioni, verifica i tempi, monitora e partecipa ai momenti di analisi, fa sintesi di quanto emerge.
  2. Il disegno di ricerca. Esso devo chiarire il focus della ricerca ovvero la tematica e l’ipotesi sottesa che i ricercatori devono esplorare sia nella direzione di veridicità che attraverso esplorazioni per falsificazione. Le prime cercano dati coerenti alla conferma dell’ipotesi oggetto del lavoro, le seconde cercano eccezioni o sconferme della stessa. In questo modo si cerca di ridurre l’effetto di di “autoinganno” che possono correre sia i professionisti coinvolti che i ricercatori che i soggetti partecipanti.
  3.  Costruzione del team di ricerca. Andranno scelti i professionisti e le competenze necessarie. Identificato il focus, identificate le fasi della ricerca possiamo riflettere sulle competenze necessarie per svolgerla coerentemente con le attese e gli esiti previsti.
  4. La scelta degli strumenti. Coerentemente con il focus, il disegno di ricerca dovrà indicare anche gli strumenti che si andranno ad utilizzare, sia che essi possano appartenere al campo tradizionale (interviste, focus group, questionari, check-list, osservazione diaristica…) sia che esse appartengano al filone degli strumenti partecipativi (world cafè, open space technology, future lab, appreciative inquiry…).
  5. Definizione dei tempi. La scansione temporale è opportunamente prevista sia nel senso di quanto tempo occorra per impiegare ogni singolo strumento dii ricerca, sia valutando i tempi di tenuta del campione oggetto di indagine sia adottando un cronogramma temporale che scandisca fase per fase sulla linea del tempo di mese in mese.
  6. Definizione dei momenti e strumenti di monitoraggio. Ci diciamo ogni quanto facciamo analisi dei dati raccolti, con chi facciamo raccolta ed analisi dei dati, con quali strumenti prevediamo di farlo.
  7. Elaboriamo i dati. Una fase importante che si costruisce gradualmente grazie al monitoraggio è la reportistica conclusiva dove si cercano connessione e si attribuiscono significati per tendenze o per inferenze sui dati raccolti. 

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